A Istanbul c’è un barbiere che non possiede quasi nulla. La
sua bottega è il marciapiede, ha una vecchia sedia dove fa sedere i clienti e
un paio di forbici. Nient’altro. La gente del quartiere gli passa davanti e nemmeno lo
guarda. In fondo è uno dei tanti. In realtà, lui che sta lì ai piedi del
ponte sul Bosforo che separa l’Asia dall’Europa, è come una manovella della storia. Il forestiero che lo incrocia capisce all’improvviso di
essere tornato indietro nel tempo. Come se avesse varcato il confine
invisibile che separa la Istanbul della modernità e la Istanbul che rimane sempre
uguale, un pezzo intatto di impero Ottomano.
Potrebbe succedere ovunque. Ma qui c’è di mezzo lo stretto che separa due continenti. E forse è per questo che a Istanbul le contraddizioni possono essere tanto violente quanto in perfetto equilibrio. Basta svoltare un angolo per ritrovarsi in una dimensione nella quale tutto è sospeso. Basta proseguire un po’, cento metri, e vedere ciò a cui la Turchia anela. Due mondi che si osservano in un alternarsi di sacro e profano, di grandi strade e di vicoli stretti, di Islam e secolarizzazione sul quale vigila apparentemente placido il Bosforo, così bello, visto dall’alto, da mozzare il fiato.
Il barbiere senza bottega è ciò che resta di quello che è stato. Ma è al tramonto, con l’invito alla preghiera dei muezzin, che tutto si ricompone con un clack. La melodia si adagia sulle case, la città si ferma. E immobile torna ad essere ciò che era tanto tempo fa. Resta, per qualche minuto, solo il ponte a ricordare l’esistenza delle due rive. Alle quali rivolgersi, come dice il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, senza appartenere ne all’una né all’altra.
Potrebbe succedere ovunque. Ma qui c’è di mezzo lo stretto che separa due continenti. E forse è per questo che a Istanbul le contraddizioni possono essere tanto violente quanto in perfetto equilibrio. Basta svoltare un angolo per ritrovarsi in una dimensione nella quale tutto è sospeso. Basta proseguire un po’, cento metri, e vedere ciò a cui la Turchia anela. Due mondi che si osservano in un alternarsi di sacro e profano, di grandi strade e di vicoli stretti, di Islam e secolarizzazione sul quale vigila apparentemente placido il Bosforo, così bello, visto dall’alto, da mozzare il fiato.
Il barbiere senza bottega è ciò che resta di quello che è stato. Ma è al tramonto, con l’invito alla preghiera dei muezzin, che tutto si ricompone con un clack. La melodia si adagia sulle case, la città si ferma. E immobile torna ad essere ciò che era tanto tempo fa. Resta, per qualche minuto, solo il ponte a ricordare l’esistenza delle due rive. Alle quali rivolgersi, come dice il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, senza appartenere ne all’una né all’altra.
Cosa mettere in valigia?
I libri di Orhan Pamuk
I libri di Orhan Pamuk
The Istanbul's barber
In Istanbul there is a barber who owns nothing
on earth. The sidewalk with an used chair and a
pair of scissors are his workshop. Nothing else. People are moving on without even noticing him.
Just one of many. But he, who stands on the Bosforo bridge, in
the middle of Asia and Europe, is actually a piece of history. The stranger, who bumps into him, immediately
slips back in the past, as if he had crossed the invisible limit between the
modern Istanbul and the old one, still the same untouched piece of the Ottoman
Empire. It could be everywhere , but here is the
narrows between two continents. Maybe this can explain why in Istanbul
contradictions can be or extreme or in perfect balance at the same time. Just behind the corner you can end up in a
dimension in which everything appears suspended. But going on over 100
meters is enough to see what Turkey is long for. Two opposite worlds, holy and profane,
are looking each other across big avenue and narrow alleys, just us the
Bosforo , wonderful and quite at first glance, is watching. The barber is all the rest of it.
But at dusk , when the muezzin guides believers
in prayer, everything is reset. The melody rolls the houses and the city takes
a break. Motionless it goes back when everything begun.
For few minutes only the bridge stays to remind the existence of the two
opposite shores, many times evocated by Orham Pamuk
What to put in the suitcase?
Orhan Pamuk’s books.



